Complici pirati

piracyMolte volte siamo tornati sull’argomento. La pirateria digitale, questo mostro a molte teste, indicato come il male assoluto dai baroni del cinema italiano, potrebbe alla fine rivelarsi l’alleato più affidabile. Soprattutto se le teste dei baroni continueranno a funzionare male, riferendosi a un quadro su cui spiccano solo le figure sbiadite delle tasche di pochi padrini.
Ma scaricare gratis resta illegale
di Marco Fagnocchi
ROMA – La pirateria digitale, i film e scaricati o guardati in streaming gratis da piattaforme che appaiono e scompaiono su internet, non solo non stanno danneggiando le grandi case di produzione cinematografiche, ma, anzi, secondo alcuni studi, starebbero facendo lievitare la presenza di spettatori nelle sale e aumentare gli introiti delle majors. Così le leggi repressive, le minacce di multe, arresti, blocchi di internet, oltre che inapplicate, si stanno dimostrando obsolete se non, addirittura, dannose. I pirati del web, insomma, stanno salvando Hollywood. Un paradosso. Perché la pirateria resta illegale. Chi scarica abusivamente film e brani musicali rischia ammende, così come chi li mette a disposizione sulla rete.
I nuovi mezzi di distribuzione hanno sempre creato allarme, in campo audiovisivo anche di più. In principio ci fu il “Betamax case”. Universal e Disney denunciarono la Sony perché, siamo agli inizi del 1970, la compagnia giapponese mise sul mercato uno strano marchingegno che insieme al televisore avrebbe rivoluzionato la vita dello spettatore americano: il videoregistratore. Gli Studios, spaventati dalla possibile diaspora dalle sale, corsero ai ripari. Dopo diversi anni (1984) si arrivò alla storica sentenza: il videoregistratore non violava il diritto d’autore. Anzi, in quel periodo non solo le sale cinematografiche non avevano risentito di questa nuova apparecchiatura, ma il mercato dell’home video aveva portato nelle tasche degli Studios la metà degli introiti di tutta l’industria cinematografica. Passati ormai più di 30 anni lo schema sembra ripetersi nuovamente.
Internet sul finire degli anni ’90 comincia ad affermarsi come nuovo strumento tecnologico, apolide, e, per gli Studios, apocalittico. Nascono siti di sharing, streaming, download. Basta andare su piattaforme peer to peer quali Emule, o affidarsi ai torrent sparsi nella rete e il gioco è fatto. Tutto è catalogato, schematizzato, fornito comodamente a casa, velocemente e soprattutto gratuitamente. Due i siti più famosi: The Pirate Bay e Megaupload.
È tra le pieghe di questi due siti che si combatte una battaglia non solo economica e giuridica, ma anche morale e culturale. Da una parte il sito svedese fondato da tre giovani hacker scandinavi si ispira alla nobile filosofia della free culture: la cultura è un bene di tutti e chiunque deve accedervi in maniera libera e gratuita. Dall’altra, non si può fare a meno di notare come il sito del tedesco Kim Dotcom presenti dei numeri da capogiro. 150 milioni di utenti registrati, 50 milioni di utenti unici al giorno, un introito che si aggira sui 200 milioni di dollari annui. Nel 2012 il Dipartimento di giustizia americano sequestra il sito e il povero Kim viene arrestato. L’accusa è violazione del copyright e pirateria. Si parla di perdite per l’industria cinematografica americana intorno ai 500 milioni di dollari.

Ma come si può calcolare scientificamente l’impatto della pirateria sull’industria cinematografica? Chi può assicurare che il ragazzo che ha visto uno dei tanti film a disposizione gratuitamente in rete, sarebbe andato in sala, o avrebbe comprato il dvd? E’ questo uno dei punti più delicati dell’intera vicenda.
Come sostiene Marco Scialdone, avvocato in Diritto dell’Informatica e di internet, non esiste e non può esistere una diretta relazione tra pirateria senza scopo di lucro e mancato guadagno perché le ricerche commissionate dalle majors non sono scientificamente attendibili. Se si analizzano i dati infatti si può notare che, negli ultimi anni, gli incassi al botteghino non sono diminuiti, arrivando nel 2014 a segnare uno dei record storici dell’industria cinematografica. A dirlo è la Mpaa, l’ente americano formato dalle stesse compagnie cinematografiche che più di tutti in questi anni hanno combattuto la guerra alla pirateria. Dal 2009 al 2014 su scala internazionale si è registrato un incremento del 33% degli incassi per le sale. Un dato che si spiega anche con la ascesa di paesi quali il Brasile, la Russia e la Cina che sono, paradossalmente, sempre secondo la Mpaa, alcuni degli stati in cui la pirateria digitale è più forte.

Insomma le sale cinematografiche non sono mai state così in salute. E la fascia che va di più al cinema è proprio quella compresa tra i 12 e i 39 anni, quelli che teoricamente sanno meglio di chiunque altro come scaricare un film e hanno ogni tipo di supporto (smartphone, tablet, computer, smart tv) a portata di mano. Anche in Italia la situazione, almeno per quanto riguarda il botteghino e l’affluenza del pubblico, smentisce le cassandre. Si passa da un numero di spettatori che si aggira intorno ai 14 milioni nel 2005, quando la pirateria su internet era ancora contenuta, ai circa 22 milioni di spettatori del 2012 (fonte Cinetel).
L’aspetto più eclatante è che leggendo i dati riportati da alcuni studi indipendenti (quindi non commissionati dalle major) come quello realizzato dallo stato olandese, si scopre che chi scarica illegalmente è un cliente più attivo. Va di più al cinema, compra più dvd o film on demand di chi invece non scarica. Ad analoghe conclusioni arriva la ricerca di Ipsos Allemagne e lo studio fatto dalla Fondazione Luigi Einaudi. Anche Riccardo Tozzi, presidente dell’Anica, l’associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive, analizza molto lucidamente questi dati confermando che il problema non è tanto nelle sale cinematografiche, ma nel home video: la fetta della grande torta che ha subito maggiormente l’avvento di internet.
Effetti paradossali del mercato: la tecnologia che una volta veniva attaccata e portata in tribunale, viene oggi difesa dalla stessa industria. A risentirne, dopo la chiusura del colosso Blockbuster, sono sicuramente le piccole realtà locali, le videoteche. Se le vendite di dvd nel 2012 registravano un calo del 12% a fronte di un fatturato di 420 milioni di euro, il noleggio arrivava a perdere circa il 30%. Resistono in pochi, pochissimi, come Videobuco, nel quartiere San Lorenzo di Roma. Aperto ormai da circa trent’anni, punto di riferimento per universitari e appassionati di cinema, sembra un piccolo atollo nel mare digitale. Ma il mercato audiovisivo è in continuo fermento e le majors stanno finalmente accorgendosi di come anche questa nuova tecnologia possa essere sfruttata.

È ormai dal 2007 che nascono e si affermano realtà quali Hulu, iTunes/Apple tv, Google Play e realtà nostrane come Chili Tv, Cubovision (oggi diventata Timvision). Sono piattaforme che permettono di vedere in streaming, sul proprio smart tv, un catalogo sempre più aggiornato e facilmente consultabile di film di ogni provenienza, tutto in maniera legale. Basta abbonarsi o pagare il singolo film di volta in volta. I prezzi contenuti hanno lasciato, inizialmente, intimoriti le major che a fronte del calo dell’home video non vedevano nel così detto electronic home video, una valida alternativa. Ma i dati in continua crescita (solo rispetto al 2011 si segnala un incremento del 47% del fatturato proveniente da questa fascia di mercato) hanno portato molte case di produzione a ripensare le proprie strategie. Non ultima l’Anica, che ha siglato un accordo con My Movies creando un canale streaming a pagamento (Anicaondemand).

Su tutti svetta il colosso di Netflix (non ancora disponibile in Italia), una streaming tv americana presente anche in diversi paesi europei che ha registrato nel mese di luglio i 50 milioni di abbonati con un fatturato che si aggira intorno ai 3,5 miliardi di dollari. Insomma ancora una volta la tecnologia inizialmente osteggiata sta offrendo all’industria la possibilità di nuovi e facoltosi incassi. Assumono così dei contorni leggermente sfuocati le leggi che via via negli anni si sono susseguite per contrastare il fenomeno della pirateria.
Clamoroso è stato il caso della cosiddetta “legge dei tre colpi” francese che prevedeva il blocco a tempo indeterminato dell’accesso ad internet a chiunque fosse stato trovato per ben più di tre volte a scaricare o guardare un qualsiasi file coperto dal diritto d’autore. La norma è stata ritenuta incostituzionale e trasformata in una multa tra i 60 e i 150 euro. Dopo 4 anni, milioni di euro spesi per tenere in vita l’Hadopi (l’ente francese che deve individuare i casi di pirateria e far rispettare la legge), i casi sanzionati sono stati tre. Non meglio è andata alla Russia di Putin, presente nella così detta black list della Mpaa dei paesi con il più alto tasso di pirateria mondiale. Il capo del Cremlino a marzo 2014 si era abbandonato all’amara constatazione che le misure anti download erano state un totale fallimento e che il sistema di controllo doveva essere profondamente ripensato.
L’Italia da parte sua rincorre decreti e normative da anni, sfociate nel maggio del 2014 nel tanto agognato decreto Agcom che ha portato l’industria e la stessa Fapav a gridare alla fine dell’illegalità. Come potrà controllare chiunque abbia una connessione, i siti di streaming e di sharing “pirati” sono ancora lì. Cineblog cambia dominio di continuo non appena uno dei suoi tanti siti viene oscurato. Realtà come TnT Village continuano a fornire gratuitamente migliaia di film, spesso anche introvabili, a chiunque si colleghi al sito, combattendo quella che viene definita “una battaglia etica” che si rifà né più né meno ai principi della free culture. Il decreto Agcom si segnala, appena entrato in vigore, per aver fatto rimuovere dal sito ufficiale della Regione Marche un video che mostrava le bellezze architettoniche della regione.
In America intanto vengono sviluppate due realtà che imprimono un’accelerazione inarrestabile alla condivisione di qualsiasi tipo di file. Popcorn Time che viene ribattezzato il Netflix pirata, subito chiuso e poi riaperto e che dà la possibilità di vedere in streaming migliaia di film utilizzando i file torrent, e il sito TvStreamcms che opera probabilmente il passo definitivo in questa strenua battaglia tra il diritto alla condivisione e la necessità che venga riconosciuto a chi produce un ritorno economico. TvStreamcms permette a chiunque ne abbia voglia di aprire il proprio sito di file sharing. Come sostiene il ceo di Dreamworks, allora, la partita è ancora lontana dall’essere conclusa. Le case di produzione dovranno sicuramente ripensare i propri modelli distributivi, dare la possibilità di fruire un film sul dispositivo che si preferisce (lo schermo della sala, il televisore o il proprio smartphone) e adeguare i prezzi alle differenti piattaforme. Internet più che uno spazio da combattere si prospetta, così, come l’ennesima frontiera da dover definitivamente conquistare: l’ennesima corsa all’oro su cui piantare la propria bandiera.

Fonte: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/08/18/news/pirateria_download-94027777/#Ma

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