Venezia, il Ministro e i Rappresentanti

Venezia, il Ministro e i Rappresentanti
Il 2 settembre 2013, nella sala degli Stucchi dell’Hotel Excelsior al Lido di Venezia, nell’ambito della 70 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ha avuto luogo l’incontro dal titolo Il futuro del cinema: da settore “assistito” a industria culturale strategica promosso dal MIBACT – Direzione Generale Cinema in collaborazione con Cinecittà Luce, ANICA e la Biennale di Venezia.
In questo resoconto si relazionerà in particolare al primo panel.
Dopo i brevi saluti istituzionali del Presidente della Fondazione Biennale di Venezia, Paolo Baratta, l’introduzione ai lavori del Direttore Generale per il Cinema, Nicola Borrelli verte, in prima battuta, sul fatto che c’è una diffusa scarsità di consapevolezza, a livello nazionale, circa le potenzialità del settore audiovisivo. La stabilizzazione delle agevolazioni fiscali sancita dal Decreto Legge Valore Cultura che ha rifinanziato il tax credit è un risultato che, sostiene Borrelli, deve spingere gli agenti del settore oltre la semplice soddisfazione per il risultato ottenuto verso la risoluzione di una serie di problemi annosi e storici che affliggono l’intero comparto. Un percorso da iniziare nella direzione della Conferenza nazionale sul cinema di cui questo incontro costituisce una sorta di atto fondativo. Borrelli, a tal proposito, ha ricordato che al Festival di Cannes il Ministro Bray aveva lanciato l’idea di tenere, a Venezia, gli Stati Generali del Cinema, dichiarazione in seguito alla quale si sono avviati dei tavoli di discussione su alcuni temi.
(Ci permettiamo di ricordare la nostra perplessità sul metodo adottato nella composizione di questi tavoli e anche la certezza da noi espressa che si sarebbe arrivati a Venezia con un nulla di fatto rispetto agli annunciati “Stati generali”.)
Secondo Borrelli, c’è da rimettere fortemente mano agli strumenti di intervento diretto gestiti dalla DG Cinema per un miglioramento del tax credit, del sistema dei contributi alla produzione e agli enti di promozione. Provvedimenti che dovrebbero rientrare in una riflessione più ampia alla luce dello scenario in cui si inseriscono oggi il cinema e l’audiovisivo, uno scenario dominato dalla tecnologia digitale, apportatrice di una vera e propria rivoluzione che investe il settore in tutti i punti della propria filiera: basti pensare al ridisegnarsi complessivo dell’iter produttivo e, soprattutto, alla rivoluzione scatenata dal digitale nelle modalità di fruizione del prodotto audiovisivo e il moltiplicarsi delle piattaforme. In tal senso, sostiene Borrelli, è necessario costituire un nuovo assetto di regole che integri gli strumenti di sostegno centrali e locali, che ridisegni le procedure per l’apertura di sale cinematografiche e che incentivi la produzione indipendente, un tema che sarà poi ampiamente ripreso da molti dei relatori.
Tutto ciò non può avvenire senza una seria operazione di analisi e aggregazione dei dati a disposizione, un passaggio fondamentale per adottare le misure corrette e per porre agli occhi dell’opinione pubblica e dei decisori la centralità strategica del settore audiovisivo a livello nazionale che, ricorda Borrelli, ha un fatturato doppio rispetto, ad esempio, al settore del trasporto aereo.
Il cambiamento in atto investe da un lato il volume complessivo e la struttura del contesto in cui hanno luogo le dinamiche di produzione e distribuzione ma, soprattutto, riguarda il pubblico, la cui trasformazione impone una riflessione ben più ampia. È in parte questo il tema che Borrelli tocca quando si riferisce, poco dopo, alla necessità di sviluppare la capacità di cogliere le opportunità offerte dalla mole di trasformazioni a cui sta andando incontro il settore, alla necessità di rivedere completamente i meccanismi che pongono in relazione i vari attanti della filiera, sia creativa, sia produttiva. L’Italia è ancora in obbligo verso l’Europa dell’attuazione della Direttiva sui servizi media audiovisivi in termini di obblighi di investimento e programmazione, della definizione dello status di produttore indipendente, di regolamentazione dei diritti primari e secondari e delle quote di programmazione di cinema in tv.
Borrelli chiude rallegrandosi per il recente accordo siglato tra Cinecittà e Apple per l’apertura di un canale sul cinema italiano in I-Tunes.

Prende quindi la parola Riccardo Tozzi, Presidente dell’Associazione Nazionale delle Industrie Cinematografiche e Audiovisive (ANICA), che esordisce felicitandosi per la nomina del nuovo Segretario Generale, Silvio Maselli. Le prime e più urgenti necessità ravvisate da Tozzi sono la necessità di fronteggiarsi con una platea di interlocutori allargata per lo sviluppo di politiche per la produzione e la diffusione del cinema e dell’audiovisivo, che include, come già accade, i produttori televisivi ma anche gli attanti del mercato di internet, e non secondariamente arrivare alla conferenza nazionale con un lavoro già fatto di analisi e di aggregazione di dati, che è l’elemento da cui partire per avviare ogni tipo di riforma.
L’analisi parte dall’evidenza del fatto che l’esistenza del cinema è sempre più legata all’esistenza della tv. Senza la tv, probabilmente, il rilancio di una dimensione industriale del cinema non avrebbe avuto luogo, afferma Tozzi. Questo rilancio è avvenuto riprendendo pregi ma anche difetti del sistema produttivo televisivo, ereditandone il carattere monopolistico, la tensione a deprimere la produzione indipendente e, di riflesso, la varietà e l’eterogeneità del prodotto.
Il rilancio del settore dell’industria cinematografica risente, in particolar modo, della crisi determinata dalle difficoltà del settore televisivo a sostenere la diffusione del prodotto cinematografico: la dissoluzione di Mediaset dallo scenario nazionale ravvisata da Tozzi, lo stallo degli investimenti di RAI e Sky provocano la stagnazione del mercato. In particolare, Tozzi imputa lo stallo della RAI alla sua struttura elefantiaca, un perimetro troppo ampio dentro cui rientrano una gran mole di attività direttamente sostenute dall’ente (ben 16 canali) che offre gratuitamente servizi che, secondo Tozzi, dovrebbero essere a pagamento. Se non si scioglie questo nodo strutturale la RAI resterà sempre aggravata, nei propri investimenti, da un perimetro di attività troppo ampio per un servizio pubblico. E questa crisi finisce per riverberarsi sempre di più sugli equilibri contrattuali che legano i vari attanti della filiera.
Sul fronte delle nuove piattaforme, gli stakeholders del web si sono da tempo resi conto che internet propone un modello di fruizione audiovisiva che per l’utente è più attraente della tv: permette un accesso incomparabilmente più ampio alla varietà dei contenuti e con un grado di interattività tale da dare all’utente completa libertà nei tempi e nei modi di fruizione. Tozzi, comunque, sottolinea che non ci sono i presupposti per affermare che al crescere dei numeri della fruizione sul web corrisponde un calo dei numeri della sala. Ciò che affligge la distribuzione in sala è la perdita di pubblico per il cinema di qualità, da imputare alla progressiva sparizione delle sale di città. Si impone quindi di ricostruire un tessuto di sale di città, anche questo, tema frequentatissimo dai relatori.
Sul fronte dell’internazionalizzazione, è tanto importante avviare una riflessione sulle regole e le modalità dell’esportazione del cinema italiano sia, non secondariamente, ripristinare degli strumenti di dialogo internazionale per lo sviluppo della creatività, arrivando al tema centrale della produzione cinematografica nazionale che si misura con l’alterità e con la presenza internazionale: che non siano solo registi italiani, dice Tozzi, a raccontare l’internazionalizzazione del paese, ma che siano gli stessi registi provenienti da altri paesi a raccontare il loro rapporto con l’Italia.
Tozzi chiude con un aforisma nel quale riecheggia lo stesso tono di Borrelli rispetto alla trasformazione in atto: “Quando il vecchio non è ancora morto e il nuovo stenta a nascere, il pericolo è massimo”.

Successivamente prende la parola Martha Capello, Presidente dell’Associazione Giovani Produttori Cinematografici (AGPC) la quale, pressata dal moderatore del dibattito Roberto Cicutto e dalle tempistiche serrate degli interventi, si limita con molta semplicità a due proposte concrete.
Dato che la difficoltà di accesso al tax credit esterno, dovuto alle difficoltà delle produzioni indipendenti di stilare dei business plan attrattivi per gli investitori, rischia di schiacciarne l’attività, si propone di innalzare al 25% la quota di tax credit interno destinata ai film più “difficili”. (la nostra proposta di rimodulazione del Tax Credit è stata consegnata al Ministro Bray, ndr)
La seconda proposta è incentivare il tax credit esterno nella fase di distribuzione. Martha Capello porta l’esempio del film indipendente “Zoran, il mio nipote scemo”, presentato in questi giorni al Lido, che, attraverso un accordo con dei consorzi enologici friulani, e quindi con un’attenzione particolare agli investimenti locali, è riuscito a raccogliere risorse per la fase di distribuzione del film e ha anche elaborato dei sistemi per vendere quote produttive.

Successivamente è la volta di Fabiano Fabiani, presidente dell’Associazione Produttori Televisivi (APT). Come dichiara nel documento incluso in cartellina, da 15 anni il settore della produzione televisiva è finanziariamente autonomo, le aziende di produzione televisiva non godono di alcuna forma di incentivo fiscale e di contributo pubblico. Fabiani apre dunque accogliendo favorevolmente l’augurio che le competenze del DGCinema si estendano alla tv, che allo stato attuale è un ambiente in cui gli equilibri si reggono sull’interazione tra i produttori e i propri “padrini”, il che li rende spesso degli equilibri precari. Peraltro, cinema e tv hanno molte cose in comune: fanno ricordo agli stessi tecnici, agli stessi comparti creativi, agli stessi services, e gli stessi produttori lavorano talora sia nel cinema che nella televisione.
Uno dei punti cardine della questione del sostegno alla produzione in Italia è la questione fiscale: se in molti paesi d’Europa la deduzione dalle imposte è prevista da anni (ad esempio, in Francia dal 1985, in Lussemburgo dall’88) l’Italia ci è arrivata molto più tardi. Un altro punto espresso da Fabiani è la questione dei diritti: senza patrimonio non c’è industria e senza diritti non c’è patrimonio. E in Italia la questione dei diritti è assai poco regolamentata. Allo stato attuale, i broadcasters hanno la possibilità di acquistare i diritti delle produzioni, quando in altri paesi europei la legislazione ha basi molto diverse e questa cessione ha dei margini di trattativa molto più ampi.
In conclusione, ciò che l’APT chiede è che il settore della produzione televisiva goda di uno statuto giuridico più simile a quello della produzione cinematografica e che possa beneficiare degli stessi vantaggi normativi.

Successivamente interviene Richard Borg, Presidente della sezione distributori ANICA. Il primo elemento su cui pone l’attenzione è l’eterogeneità del pubblico: oggi, la maggior parte dell’offerta cinematografica mainstream si rivolge al pubblico giovane, con la conseguenza che le frange di pubblico che non ama conformarsi al gusto più generalista e anela a una programmazione di qualità rimane emarginato e trova sempre meno occasione per incontrare la cultura cinematografica. Il cinema di qualità, infatti, sta progressivamente perdendo pezzi nei grandi centri urbani perché la consistenza di questo pubblico nella maggioranza dei casi non è sufficiente a coprire i costi di una programmazione loro destinata. Se questa proposta culturale viene a mancare, afferma Borg, l’utente decide di rivolgersi a un’offerta culturale di altro tipo. Da ciò, Borg riafferma nuovamente la necessità di ricostruire un tessuto di sale dei centri urbani e per innalzare in termini qualitativi il livello della proposta culturale.
(In tal senso, una proposta ulteriore è mettere a frutto la digitalizzazione delle sale per creare delle libraries di prodotti audiovisivi appartenenti a generi e formati non convenzionali proponendoli al pubblico al fianco della proposta culturale corrente sfruttando il meccanismo, ancora poco usato in Italia e molto diffuso in altri paesi, come la Francia, della multiprogrammazione)

Successivamente interviene Lionello Cerri, Presidente dell’Associazione Nazionale degli Esercenti Cinematografici (ANEC). Cerri apre, com’era prevedibile, ribadendo il ruolo della sala nello scenario distributivo del futuro, nonostante le tensioni fortissime della nuova costellazione mediatica che governerà i processi negli anni imminenti. Cerri prosegue con il dato ufficiale della digitalizzazione delle sale: com’è noto, a fine 2013 è previsto lo switchoff dalla pellicola al digitale. Allo stato attuale, le sale digitalizzate in Italia sono circa il 57-58%. Cerri ha già detto che certamente non saremo in grado di arrivare al 100%, ma forse al 70%. I cinema che maggiormente ne faranno le spese saranno proprio le monosala di cui si è parlato negli interventi precedenti; si può quindi ascrivere a questa considerazione di Cerri un dato preoccupante rispetto al futuro: a partire dal 2014, la diffusione del cinema indipendente e di qualità, la cui diffusione è tradizionalmente prerogativa di sale di questo tipo, sarà messa seriamente a rischio per via di questo grave ritardo nella digitalizzazione delle sale.
In questo senso, ma anche in un’ottica generale, Cerri auspica una convergenza tra lo stato centrale e le governance regionali per rilanciare il ruolo delle sale, farle diventare un centro di aggregazione, aperto fino a sera tardi, individuandole come un valore aggiunto per lo sviluppo culturale del territorio e trasformare l’esercente in un “programmatore culturale”. Solo in questo modo la sala del futuro sarà in grado di porsi in un’ottica costruttiva rispetto al nuovo pubblico dell’offerta cinematografica, che in realtà, sottolinea Cerri, sono “pubblici”, pubblici diversi, di diverse età, di diverse estrazioni sociali, con diversi orari, diverse esigenze, diverse attitudini. In accordo con le comunità e le amministrazioni locali si fa forte la necessità di elaborare una strategia per rinnovare l’idea di sala cinematografica. Cerri chiude segnalando che a ottobre, alla Casa del Cinema, avrà luogo una giornata di riflessione dal titolo “La sala del futuro”.

Successivamente prende la parola Angelo Barbagallo, Presidente dei produttori dell’ANICA. Riprendendo le fila del discorso di Tozzi, Barbagallo nota che il paradosso del cinema italiano è che negli anni ’60 il cinema era ricchissimo, le sale erano piene ma il bacino di pubblico potenziale era di gran lunga inferiore a oggi che il cinema è in crisi. Ciò accade, tra l’altro, perché il pubblico, sostiene Barbagallo, ha più facilmente l’occasione di guardare gratis un film per cui invece dovrebbe pagare e non stenta a farlo. In questo modo corriamo il rischio, dice Barbagallo, di continuare a guardare sempre lo stesso film, perché l’assetto corrente del mercato, già descritto da altri relatori, omogeneizza i prodotti che ne escono e ne fa le spese la diversità che è sintomo di salute. La già avocata evanescenza di Medusa stringe il cappio al collo dei produttori, aumentando su RAI Cinema le pressioni da parte di più soggetti produttori, causando a cascata una diminuzione del fondo disponibile e sottraendo a ogni progetto, in percentuale, una quota di denaro che va a detrimento della qualità del prodotto.
Il modo per uscire da questa impasse è dare risorse al cinema indipendente – categoria spesso invocata dai vari relatori sulla quale ho le sensazione che urga un chiarimento – cercando di capire chiaramente come questo film viene finanziato, come, dove e quando viene visto tenendo conto del rinnovato scenario tecnologico e di pubblico in cui un prodotto si inserisce.
Chiude il parco dei relatori del primo panel Carlo Bernaschi, Presidente dell’Associazione Nazionale Esercenti Multiplex (ANEM), che anela a un miglioramento del partenariato tra il governo centrale e le amministrazioni locali per incrementare la sostenibilità delle strutture dei multiplex, che sono molto onerose da mantenere e, auspica Bernaschi, sarebbero notevolmente aiutate da delle agevolazioni fiscali sulle imposte più onerose. Bernaschi ricorda i grandi numeri dei multiplex, di come le strutture con più di 7 schermi assorbano il 55% del mercato complessivo e di come la loro presenza contribuisca fortemente all’affermazione del comparto cinema e audiovisivo come un settore trainante dell’economia nazionale. Bernaschi, inoltre, prende le distanze dal coinvolgimento delle multisala periferiche nell’emorragia di monosala dei centri storici raccontata da alcuni tra gli altri relatori: è giusto attuare misure di sostegno alla ricostruzione del tessuto urbano dei monosala dei centri storici ma non è corretto agire in modo protezionistico nello sviluppo del mercato. D’altra parte, sostiene Bernaschi, non sembra esserci un legame diretto tra l’espansione dei multiplex e la sparizione dei cinema dei centri storici.
Bernaschi chiude con l’auspicio di promuovere di campagne di fidelizzazione del pubblico basate su attività promozionale, su attività di educazione alla visione, mettendo a frutto lo strumento della multiprogrammazione e la programmazione complementare.
Sono inoltre intervenuti: Stefano Rulli (CSC), Maurizio Sciarra (100Autori), Nino Russo (ANAC), Silvano Conti coordinatore nazionale produzione culturale di SLC-CGIL e Giulio Scarpati coordinatore nazionale sezione attori italiani di SLC-CGIL.
In chiusura, il Ministro Bray ha tenuto a sottolineare che il Decreto “Valore Cultura” ha reso permanente il Tax Credit consentendo alle produzioni di programmare in un quadro di stabilità l’utilizzo di questo importante strumento capace anche di attrarre investimenti dall’estero. Bray ha inoltre dichiarato che “necessità di colmare vuoti e distanze, cui si può far fronte solo grazie a un impegno partecipato di tutti gli attori in causa: sicuramente di chi ha la responsabilità istituzionale di guidare lo sviluppo e creare le giuste condizioni di successo; certamente di chi fa del cinema e delle produzioni audiovisive un lavoro e una passione perché’ il cinema è una storia importante del nostro Paese e se siamo in grado di gestirla può essere più felice di quella degli ultimi anni”.
Occorre dire che il Ministro, con tutta probabilità, avrebbe sperato di porre la chiosa a un convegno meno ritualizzato e definito in un contesto più effervescente della solita parata di contributi sparsi.
È mancata la presenza dei professionisti che hanno preferito, a ragione, disertare il convegno in attesa di momenti caratterizzati da maggiore concretezza e operatività. Del resto i 6 minuti concessi ai relatori non rappresentavano una garanzia di completezza degli interventi.

Relazione del Convegno a cura di Simone Moraldi

Aldilà dei vari temi specifici affrontati dai vari rappresentanti di categoria, preferiamo per ora soffermarci con particolare attenzione sulla riqualificazione delle sale cinematografiche in quanto principale spazio di fruizione delle opere.
Secondo Borg il cinema in sala, nonostante l’avvento del digitale e l’esplodere di piattaforme di fruizione più basate su personal media, mantiene la sua caratteristica di “appuntamento culturale” con una connotazione sociale in seno a una comunità di persone più o meno estesa; d’altronde, le difficoltà di disporre le infrastrutture necessarie a una sua adeguata presenza sul territorio derivano, in fin dei conti, dalla scarsità di pubblico per un cinema di qualità. L’assenza di pubblico sta determinando la progressiva scomparsa delle monosala dai centri storici delle nostre città, che tradizionalmente si fanno carico di diffondere il cinema di qualità, a vantaggio dei multiplex periferici, che si danno prevalentemente come bacino di diffusione per il prodotto mainstream proveniente dal mercato internazionale. Anche Cerri si inserisce nel dibattito sul tema del rapporto tra patrimonio, sala e territorio, invocando una “sala del futuro” che sia in grado di agire in modo proattivo e ribaltare le sorti del pubblico per il cinema di qualità.
Borg intuisce inoltre che il vero potenziale della digitalizzazione risiede nella possibilità di creare delle libraries di accesso semplificato tramite cui promuovere la diffusione del patrimonio cinematografico.
Qui emerge il nodo cruciale dello scenario italiano: la questione dei diritti. Senza un’adeguata legislazione che regolamenti il reperimento e l’accessibilità al patrimonio cinematografico il potenziale della digitalizzazione rischia di rimanere inespresso. Ma costruire dei regolamenti che governino questi processi, impone al sistema-paese di avviare una forma di dialogo del tutto nuova rispetto al passato. Bisognerà quindi dare spazio non soltanto alle nuove piattaforme e alle imprese produttrici di nuovi formati, ma si dovranno attuare investimenti corretti e nelle direzioni giuste. In primo luogo si dovrà creare un network digitale, come abbiamo già detto, e al tempo stesso destinare maggiori risorse nella riqualificazione degli spazi urbani per la creazione di spazi multifunzionali di diffusione culturale con l’ingresso di nuove professionalità capaci di collaborare a un rilancio reale del settore. Indichiamo quindi come priorità un investimento significativo per la formazione del pubblico, inserendo trasversalmente a ogni iniziativa legata al patrimonio e all’industria cinematografica e audiovisiva un’azione educativa che sia indipendente dalle ingerenze dei vari gruppi di pressione e quindi non demagogica e con ricadute concrete sul territorio. Un tipo di azione che naturalmente può riverberarsi anche sulla diffusione tramite il digitale, attraverso la creazione di format e di contenuti alternativi a scopo didattico da diffondere a sostegno del patrimonio.
Come è noto, questi punti, unitamente alla formazione professionale, sono il cuore della piattaforma programmatica proposta da ReteCinemaIndipendente, un network di associazioni di promozione della cultura cinematografica per un rilancio del settore all’insegna della trasparenza, dell’inclusività e della sostenibilità. La nostra proposta complessiva, presentata anche nel gennaio 2013 al cinema Greenwich a Roma nella sua dimensione regionale, contiene una serie delle proposte concrete che vanno in quella direzione che gran parte dei relatori dell’incontro del convegno hanno citato come necessaria per il rilancio di un settore che sia in grado di fronteggiare le sfide del nuovo scenario politico, tecnologico, economico, sociale ed estetico cui il cinema e l’audiovisivo si affacciano in questo momento storico.

A sentir parlare i relatori di “cinema indipendente”, viene da chiedersi cosa significhi questa parola. Un produttore non è indipendente se produce per conto di una major, e siamo d’accordo; ma se un produttore è “indipendente” nel senso che possiede una sua casa di produzione che non dipende da nessuna major, ma comunque riceve un finanziamento pubblico per il suo film, sa che non appena il suo film sarà distribuito c’è già un’emittente televisiva che ne acquisterà i diritti e gode dei ristorni al botteghino, allora sarà altrettanto indipendente di quanto lo è un produttore che non gode di tutti questi vantaggi? Cosa significa cinema indipendente? Come ha ricordato Borrelli in apertura, la definizione dello status di produttore indipendente è tra le voci della Direttiva europea sui servizi media audiovisivi è proprio la definizione dello status di produttore indipendente; è dunque uno spazio di discussione al quale prima o poi si andrà incontro.

Chiudiamo con una domanda appoggiandoci alla frase di Riccardo Tozzi “Quando il vecchio non è ancora morto e il nuovo stenta a nascere, il pericolo è massimo”. Lui e tanti altri che sono intervenuti al convegno sono il “vecchio” che non vuole morire o ambiscono a rappresentare il nuovo che deve nascere?

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