La retoranica del cinema dipendente

La retoranica del cinema dipendente

Le epoche più doviziose di retorica e la peggiore, furono in realtà le più ignoranti (Emilio Cecchi)
Dieci anni fa Riccardo Tozzi celebrava un anno di straordinario successo del cinema italiano grazie a una serie di pellicole di qualità che avevano raggiunto incassi senza precedenti. Proprio per questo l’associazione che egli presiedeva (e presiede), l’ANICA, ripeteva in ogni festival la promozione di convegni dal titolo “Banche e cinema” e il connubio che ne derivava procurava enormi vantaggi a tutti i produttori e soprattutto ai minori.
Questo è il film, brutto e truffaldino, ora passiamo alla realtà.
Che il cinema godesse di ottima salute il nostro lo aveva gridato ai quattro venti meno di 24 mesi fa e tutta la liturgia poggiava sull’incasso di un solo film, Che bella giornata di Checco Zalone che portò al cinema 6,8 milioni di spettatori con un incasso di 43,4 milioni di euro. Banche e cinema faceva parte dei soliti arrampicamenti su specchi opacizzati e coperti di muffa.
Nel giro di un paio di mesi le banche crollarono e dopo poco cominciarono a chiudere in serie le sale cinematografiche. Aldilà dell’aspetto malaugurante emerge la totale inconsapevolezza degli scenari e del contesto e quella squallida propaganda di serie B portata avanti per ingraziarsi i futuri ministri e i burocrati del cinema non ha fatto altro che aggravare la situazione.
Oggi, quegli stessi personaggi che ballavano intorno al totem del cinema rinato, denunciano il default del settore e tentano di accreditarsi presso il governo in carica (?!) chiedendo interventi urgenti per tenere a galla la LORO nave alla deriva, sulla quale, malgrado tutto, hanno fatto salire nel 2012 ben 166 produzioni per la maggior parte facenti parte delle loro flottiglie. Quella propaganda quindi ha permesso di aumentare il numero di produzioni e di garantire a qualcuno un altro anno di sopravvivenza ben pagata.
Purtroppo però, se non esiste uno straccio di programmazione culturale, se non c’è una capacità di interpretazione del tempo che si vive e se il livello intellettuale di chi pretende di gestire un patrimonio fatto di storia, tradizione e soldi pubblici equivale a un coefficiente vicino allo zero, anche gli slogan pubblicitari più efficaci si perdono nel nulla. Di fatto, quei 166 film, li hanno visti in pochissimi.
I padroni del cinema dipendente si ostinano ad accusare la pirateria e il FUS troppo limitato e c’è perfino chi imputa alla carenza di fondi l’impossibilità di produrre opere di qualità.
Per ciò che riguarda il valore autoriale servono idee e libertà, quei due elementi che con le politiche concordate tra vertici garantiti sono stati massacrati per 3 decenni e che l’asservimento al messaggio televisivo che quegli stessi vertici hanno determinato, ha relegato in un angolo di ristrettezze e di isolamento.
La questione della pirateria appartiene più alla superstizione che ad altro e serve solo a giustificare il loro fallimento con un argomento di facile consumo.
Il problema del FUS è invece reale e le sue dimensioni sono effettivamente insufficienti, ma se il sistema è guasto sarà impossibile destinare risorse pubbliche maggiori solo per il capriccio di un gruppo ristretto di milionari che sbagliano valutazioni evidenti, costruiscono castelli sul nulla e si arroccano nel loro fortino per difendere privilegi e regalie.
Spero che nessuno possa pensare di continuare a dare camionate di soldi pubblici a film in cui poche persone arrivano a guadagnare centinaia di migliaia di Euro. Spero che non esista l’intenzione di mantenere i ricavati dei ristorni al botteghino per chi già detiene potere distributivo sproporzionato e raggiunge incassi sulla scia del proprio dominio. Voglio pensare che sia ormai chiaro che il Reference System è un modello discriminatorio e penalizzante per i giovani talenti e per le piccole produzioni.
Nel pianto dei più ricchi affogano le speranze di troppi soggetti: artisti, professionisti e produttori. Le parole che dovevano essere pronunciate dovevano essere di rinnovamento e quello di cui c’è bisogno è un forte richiamo a una maggiore equità. C’è fame e sete di progetti seri e di proposte culturalmente valide ed efficaci non dei soliti minuetti ballati nelle sale del potere. Quella è una danza senza progetto, senza sostanza e lo abbiamo capito tutti.
Viviamo un problema di spazi espressivi, di capacità produttive e di rapporto col pubblico.
Sosteniamo solo le opere a basso budget e non i film milionari che possono camminare con le loro gambe e se questi ultimi non sono capaci è bene che imparino in fretta. Favoriamo le piccole produzioni realmente indipendenti e garantiamo loro la possibilità di uscire nelle sale. Investiamo sulla formazione professionale e su quella artistica e poi valorizziamo i talenti non sulla base dei premi vinti ma sul merito del loro lavoro.
Insegniamo ai più giovani cosa rappresenta l’esperienza cinematografica. Una scuola che insegna più cinema, più musica, più teatro è un luogo più vivo che incide positivamente sulla comunità e allontana le devianze e l’emarginazione. Solo così le sale torneranno a vivere.
La retorica e il lamento devono lasciare il posto a scelte innovative che poggino su progetti solidi, inclusivi e sostenibili.
Il tempo dei baroni è finito. Ora serve sviluppo e cultura portate avanti con onestà, indipendenza e soprattutto con più libertà per tutti. Produttori, professionisti, autori, artisti e pubblico.

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Una risposta a La retoranica del cinema dipendente

  1. Il Mibac, l’Anica, De Laurentis hanno detto nel Convegno del 16 aprile NUMERI DEL CINEMA ITALIANO che dei cento venti film italiani solo la metà hanno valore culturale (Borrelli) o industriale (Anica) quelli a basso budget non contano niente, è inutile puntare sul Mibac, secondo me il Mibac dovrebbe dare solo l’interesse culturale, i finanziamenti dovrebbero invece essere dati da commissioni più delocalizzate (a livello Macroregionale) per sfruttare al meglio evenutali finaziamenti locali e territoriali.

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